Sorpasso in Galleria
La giunta arancione di Giuliano Pisapia continua piacevolmente a stupire, facendo inorridire i gendarmi della conservazione di sinistra, con le sue idee (quasi) mercatiste. L’ultima arrivata sul tavolo del sindaco, che invece di gettarla scandalizzato nel cestino ha deciso di “approfondire”, è quella di privatizzare nientemeno che la Galleria Vittorio Emanuele.
16 AGO 20

La giunta arancione di Giuliano Pisapia continua piacevolmente a stupire, facendo inorridire i gendarmi della conservazione di sinistra, con le sue idee (quasi) mercatiste. L’ultima arrivata sul tavolo del sindaco, che invece di gettarla scandalizzato nel cestino ha deciso di “approfondire”, è quella di privatizzare nientemeno che la Galleria Vittorio Emanuele. Uno spazio urbano d’eccezione ma trascurato, che il comune non ha né mezzi né progetti per rilanciare. La proposta di “valorizzazione” arriva dalla Fondazione Altagamma, grandi nomi della moda e del lusso italiani. L’idea, che per l’ineffabile Repubblica è ovviamente una “proposta indecente”, non è ovviamente quella di una vendita secca, ma di una cogestione attraverso la costituzione di un fondo immobiliare e la cessione da parte del comune del 49 per cento delle quote. Palazzo Marino incasserebbe molto (si parla di 450 milioni, più gli introiti degli affitti) a fronte di un “mantenimento perpetuo della titolarità della proprietà”.
Da quando Boccioni dipingeva la sua “Rissa in Galleria”, il salotto di Milano (ex intervento urbanistico d’avanguardia, ma 150 anni fa) ne ha perso di smalto. Da luogo vivace e luccicante, è diventato un ramo laterale del centro pedonale, tristanzuolo dopo una cert’ora. Farne qualcosa di meglio, rilanciando la sua vocazione di vetrina della città, è possibile. Potrebbe essere, inoltre, il segnale che il patrimonio architettonico-urbanistico pubblico non è un moloch archeologico intangibile, ma qualcosa che può evolvere, pur nel rispetto della sua storia e delle destinazioni d’uso.
C’è da scommettere che la cosa creerà invece mal di pancia nei conservatori: se già il solo fatto che il McDonald’s in Galleria dovrà chiudere, per scadenza di contratto d’affitto, ha suscitato le lamentele veterocastriste di esponenti del Pd milanese, preoccupati perché il fast-food sarebbe stato “una presenza ‘democratica’ che permette a tante persone di potersi sedere nel salotto di Milano pagando cifre accessibili”. Nel paese dell’immobilismo e del declinismo, in cui nulla di ciò che è pubblico riesce a crescere a beneficio della collettività, qualcosa si può fare. Persino se la giunta è di sinistra.